DEF, Sapelli: “Lo spread non conta niente. PD contro disoccupati e pensionati”

Giulio Sapelli

Lorenzo Lamperti per www.affaritaliani.it 

Professor Sapelli, come si può analizzare la reazione dei mercati alla decisione presa dal governo con il Def?

Non mi sembra che le cose siano così catastrofiche come i giornali mainstream e le opposizioni paventavano. Anzi, tutt’altro. Che le borse reagissero non positivamente nei primi momenti era inevitabile ma mi pare che le performance sui mercati siano tutt’altro che drammatiche.
Un risultato positivo sul quale influisce probabilmente anche il il buon risultato di Wall Street in seguito all’accordo sul Nafta tra Stati Uniti e Canada (a proposito, anche qui i soliti “bene informati” ci hanno detto per mesi che l’accordo non si sarebbe mai fatto).
Sono in leggero calo solo le banche per il riverbero dello scossone dato dal governo, ma anche qui poca roba. Il senso generale è che i mercati hanno reagito in maniera positiva. Il comparto industriale tira, così il petrolifero. Insomma, l’apocalisse sulla quale qualcuno ha marciato per qualche giorno non c’è stata, come d’altra parte avevano già previsto Savona e lo stesso Tria.

Si temeva molto l’aumento dello spread. Timori infondati?

L’economia di un Paese non si giudica dallo spread. Le mere technicality non sono uno strumento adatto a capire come gira il mondo, anche se in molti vorrebbero farci credere che sia così. Le cose importanti sono due: rimettere in moto la crescita e la fiducia degli investitori. Se si fa più debito ma allo stesso tempo si stimola la domanda aggregata e si fanno investimenti infrastrutturali per far crescere industria ed edilizia gli sviluppi non possono che essere positivi.
Non si può leggere tutto secondo lo spread. Si guarda alla stabilità politica, alla durata, ai fondamentali. Le famiglie italiane hanno una ricchezza privata molto diffusa e sono molto meno indebitate non solo di quelle americane ma anche di quelle inglesi o francesi. Certo, siamo anche un Paese con diverse disuguaglianze ma l’immagine di un’Italia mentecatta non è realistica, ci vorrebbe anche un po’ di pudore quando si analizzano le cose.

Perché l’Italia tiene nonostante le fosche previsioni degli scorsi giorni?

Gli investitori di lungo periodo ragionano sulla stabilità politica più che sui numerini europei e sono più lungimiranti della nostra stampa mainstream. Quello che mi fa dispiacere è che le opposizioni politiche abbiano cavalcato i dettami di spread e compagnia. Il Pd è sceso in piazza sposando le tesi ordoliberiste e manifestando contro disoccupati e pensionati. Se la sinistra vuole scomparire come sta accadendo anche altrove come in Svezia, deve solo continuare così. Mi dispiacerebbe molto se questo accadesse ma questo sarebbe il momento per stare tutti insieme, non per gridare all’arrivo della troika.

Secondo lei c’è qualcuno che sperava o spera ancora in uno sviluppo negativo per l’Italia sui mercati?

Parte della borghesia “vendedora” tifa per il default, così come alcuni uomini politici seguaci o esponenti della tecnocrazia che da Strasburgo e Bruxelles arriva a Roma. Tecnocrazia dalla quale traggono potere e, alcuni di loro, reddito.

L’Italia deve temere opposizioni o eventuali sanzioni dell’Unione europea?

Le sanzioni europee lasciano il tempo che trovano. Su Francia, Spagna e Germania sono state aperte procedure a iosa, molto di più che sull’Italia, ma non è mai successo nulla. Il problema sono sempre gli investitori. La cosa importante è mantenere la loro fiducia. Per questo sarebbe meglio evitare ministri che scendono in piazza, così come sarebbe meglio che il presidente della Camera Fico si mettesse la cravatta. Non siamo mica a El Salvador. Gli investitori tengono conto anche di queste cose.

Avere un deficit più alto è un rischio reale?

Il rapporto tra deficit e Pil non significa nulla dal punto di vista della stabilità economica. Ci si dimentica sempre che lo Stato non funziona come funzionano le famiglie e le imprese. E poi, posso raccontarle un’altra cosa?

Prego.

Quando mio padre ha smesso di lavorare gli hanno dato la pensione in Bot. Quando è morto, pace all’anima sua, mi hanno dato 30 milioni. Questo per dire che quando si parla di debito lasciato ai nostri figli si dicono una serie di menzogne o stupidaggini.

Visto che lo spread si calcola sulla differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, come se la passa in questo momento la Germania?

Angela Merkel mi sembra in forte difficoltà da un punto di vista politico. Se crolla il centro tedesco è una catastrofe per tutti, anche se mi sembra una stupidaggine definire “nazisti” quelli dell’Afd. Ma bisogna sottolineare che a Berlino non se la passano bene neanche dal punto di vista economico. Come avevo previsto, credo sia arrivata anche in Germania la deflazione secolare, con previsioni di crescita dello 0,4%. E per la Merkel è un suicidio non reinvestire il surplus commerciale.

“Per una civilizzazione dell’Economia” di Giulio Sapelli

Piccolo assaggio di vera economia tratto dal volume “Economia Impresa Società”
Autore Giulio Sapelli edizioni GoWare – Fondazione Eni Enrico Mattei

 

2017 – Intervista di Pasquale Alfieri al Prof. Giulio Sapelli – estratto parziale –

Alcuni anni fa, al culmine della crisi finanziaria di questo inizio di secolo, in un’aula dell’Università Cattolica del Sacro Cuore , gli studenti del corso di Analisi Economica (…) hanno potuto assistere a un dialogo, che definirei storico, tra due economisti di generazione e temperamento diversi (…) Luigi Pasinetti e Giulio Sapelli. Molte le questioni dibattute quella sera, che il lettore può approfondire leggendo l’ultimo libro del primo Keynes e i Keynesiani di Cambridge e del secondo L’inverno di monti e Dove va il mondo.

A colpire però il pubblico giovanile è stato l’accorato appello dei due relatori a non considerare l’economia una scienza alla stregua della fisica, in cui le ultime scoperte comprendono o sintetizzano tutte le conoscenze precedentemente acquisite. L’economia, al contrario, rientra nel novero delle scienze umane, in cui nulla può essere lasciato definitivamente da parte, perché spesso si scopre che in un pensiero c’è ancora qualcosa che può essere portato alla luce, approfondito, ripensato e da cui può germogliare un’idea nuova, una rottura. È poco educativo far studiare solo ciò che è stato pubblicato negli ultimi cinque anni, magari nelle cosiddette top five (…) in questo modo a sparire sono la curiosità, lo spirito critico, la memoria immaginativa, il saper mettere in discussione. Qualità necessarie soprattutto oggi che l’economia mondiale vive una grande agitazione ed instabilità. È come se si fosse entrati in un mondo nuovo in cui bisogna pensare in un modo nuovo, ma sulle spalle dei giganti, cioè senza dimenticare i classici, proprio perché possono ancora aiutarci a formulare le buone domande.

Pasquale Alfieri: Complice il Premio Nobel per l’Economia, attribuito all’inizio della crisi economica a Elinor Ostrom, il cui straordinario libro sui beni collettivi ea stato pubblicato dieci anni prima e rapidamente dimenticato, la sua riflessione è stata strappata al silenzio e ha assunto una straordinaria attualità anche da noi. Che cosa ne pensa?

Giulio Sapelli: La mia vecchia amica Elinor Ostrom ha vinto il Nobel a 76 anni per la sua teoria sui common goods, sui beni comuni. Cioè sui beni che si definiscono “pubblici” non per la forma proprietaria statale, ma perché tale forma, non diretta al profitto individuale dei medesimi, è essenzialmente cooperativa, ovvero implica proprietà di piccoli e grandi gruppi sociali, e ne consente l’uso a tutti coloro che vogliono accedervi, seguendo regole che ne assicurano l’infinita riproducibilità. Ho polemizzato con Stefano Rodotà, di cui ho molto amato il “terribile diritto”, perché sostiene che l’acqua sia un bene comune, mentre io credo che si tratti di un bene che può essere privato, statale o un bene autogestito dalle popolazioni che storicamente ne usufruiscono. Il principio del common goods si fonda su quello della governance e prevede – questo mi sembra il punto su cui lavorare – un’allocazione dei diritti di proprietà diversa da quella del principio capitalistico, perché la proprietà è collettiva, il cui scopo è di distribuirlo in base alle esigenze delle famiglie della comunità (…). Il valore d’uso prevale su quello di scambio.

Pasquale Alfieri.: La materialità degli effetti della crisi è un incentivo a sperimentare. Attualmente si parla spesso di sharing economy per indicare forme di condivisione di servizi quali abitazioni, mezzi di trasporto, spazi di lavoro e altro, che coinvolgono ampi gruppi di persone grazie all’uso di piattaforme digitali. “Condividere” è una parola che richiama alcuni sinonimi, come “collaborare” o “cooperare”, densi di significato e che a loro volta alludono a esperienze di “economia sociale” che mirano a ricomporre economia e società.

Giulio Sapelli: A colpire, di tutte queste nuove forme di condivisione di beni e prodotti, è il fatto che esse riguardano solo l’uso e mai la proprietà. Colpisce l’assenza di ogni principio mutualistico e di qualsivoglia ipotesi di superamento della proprietà capitalistica. Se si pensa a quella poligamia delle forme dello scambio e insieme della proprietà, descritta nella Caritas in Veritate (cooperativa, not for profit, capitalistica) si nota immediatamente, in questo fiorire di forme di condivisione nella sfera economica, l’assenza sia della proprietà collettiva di stampo mutualistico sia della negazione del profitto come indicatore della proprietà privata delle forme regolatrici e di misurazione della performance dell’impresa, come accade appunto nel not for profit.

Pasquale Alfieri: Di che cosa si tratta allora?

Giulio Sapelli: Si tratta di una chiara reazione agli eccessi disvelati dalla crisi economica in corso, provocati dal principio dispiegato dello shareholder value. Nelle benefit corporation, per esempio, alla figura dello shareholder dominante viene affiancata quella dello stakeholder, che tempera e modera il primo, spostando la funzione di utilità da un principio di massimizzazione a un principio di convivenza e di utilità sociale. Si tratta così di un capitalismo ben temperato e che è certo meglio di un capitalismo ben dispiegato. L’impresa sociale, invece, favorisce l’implementazione dell’allocazione dei diritti di proprietà capitalistica, grazie ai quali tuttavia si può perseguire tanto la produzione quanto la fruizione di beni pubblici, com’è tipico delle teorie neoclassiche dell’economia del benessere, da Pigau in avanti. Le differenti forme di sharing economy o di economia condivisa si configurano come forme di condivisione della sfera dei beni di consumo, materiali o immateriali, e non mettono mai in discussione i principi della produzione. Quindi si disinterassano riguardo a quale forma di allocazione dei diritti di proprietà sia presente quanto essi, appunto, si consumano o se ne usufruisce. Qui si tratta di forme che nulla hanno a che vedere con i principi della proprietà cooperativa o del mutualismo e dunque non provocano quello “spauramento” quel “terrore” che si produsse nelle classi capitalistiche e nei loro intellettuali organici allorchè tra Otto e Novecento, con il plurimo sostegno intellettuale di giganti quali Alfred Marshall, Luigi Luzzatti, Leone Wollemborg e Friedrich W. Raiffeisen, Luigi Cerutti, Charles Gide, Ugo Rabbeno, Luigi Cossa, Giovanni Montemartini, si erse – Davide contro Goia – il principio cooperativo e mutualistico, che sfidava l’ipostatizzazione totalitaria del principio capitalistico della proprietà. Le molteplici forme di sharing economy non sfida infatti tale totalitaristica ipostatizzazione perché auspicano una biodiversità delle forme di consumo e non di produzione di beni e servizi.

Pasquale Alfieri: E l’economia circolare?

Giulio Sapelli: Il fatto che sia un’idea globale l’avvicina al modello cooperativo: anch’essa non tende a massimizzare il profitto ma la continuità d’impresa, quindi il lavoro. Perfino Marshall, uomo di straordinaria intelligenza e che nutriva una grande passione per la storia, dedica all’impresa cooperativa un capitolo nei suoi Principi di economia, base dell’economia neoclassica. Quello che mette bene in evidenza è che essa introduce proprio il principio morale dell’economia, la sostenibilità di chi lavora e della sua famiglia, e massimizza la continuità dell’impresa. Non distribuisce profitti, se non ai fattori della riproduzione. La questione su cui ragionare è come produrre valore in imprese che non siano a locazione di diritti di proprietà capitalistici. Io sono convinto che, se non cominciamo a costruire segmenti di fuoriuscita dal sistemo economico capitalistico attraverso, soprattutto, la forma d’impresa cooperativa, da questa crisi non usciremo perché quest’ultima è qualcosa d’inedito di mai visto prima. Al suo confronto quella del ’29 è stata una “timida ricreazione”. questa crisi, per esempio, crea disoccupazione strutturale e quindi la prima cosa da fare è creare occupazione dentro un processo lavorativo rivoluzionato dall’innovazione tecnologica. Purtroppo in Italia il pensiero cooperativo è sempre più debole, mina troppo l’impresa capitalistica.

Pasquale Alfieri: Il pensiero cooperativo incontra anche i common goods di cui parla Ostrom?

Giulio Sapelli: Certo, e il punto in comune è sempre legato ai diritti di proprietà. La Ostrom, che per tutta la vita lavorò sulla teoria e sulla pratica dei common goods è stata troppo rapidamente dimenticata e mistificata, disinnescando in tal modo la potenzialità alternativa e rivoluzionaria che la sua teoria contiene, tanto rispetto all’allocazione dei diritti di proprietà, quanto rispetto ai principi di una vera ed efficace corporate governance.

Eliminata dal sito dell’Ispettorato Nazionale Lavoro la nota 20 giugno 2018 “APPLICAZIONE CCNL E TUTELA DEI LAVORATORI”

La nota disconosciuta e derubricata interveniva sull’applicazione dei CCNL, paventando importanti sanzioni amministrative alle imprese che non applicavano CCNL sottoscritti dalla Triplice Sindacale (CGIL-CISL-UIL) ma applicavano CCNL sottoscritti dalle altre sigle sindacali.

Tale nota, altamente lesiva della libertà sindacale e contestata da molti era a firma del dott. PAOLO PENNISI Capo del INL, fino al 05/09/2018 come riportato dalla stampa.

Siamo molto soddisfatti che INL ed in particolare dal nuovo Ministro del Lavoro Luigi Di Maio con il quale ci complimentiamo, abbiano rimosso la nota, riconoscendo in tal modo la democraticità costituzionale del pluralismo sindacale, al quale noi stessi apparteniamo.

Roma, 06/09/2018

Il Presidente Dott. Claudio Milardi

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Sottoscrizione nuovi CCNL: Edilizia e Multiservizi Logistica

Cooperative Italiane ha deciso di intraprendere una nuova stagione di rapporti sindacali.
Frutto iniziale di questa nuova primavera contrattuale sono la sottoscrizione di due nuovi CCNL con le controparti Impresa Italia, Famar e Confsalcoop.

I CCNL firmati e presentati al CNEL ed agli Enti competenti, il primo di questi ha già il riconoscimento INPS con il n. 482 e sono:

  • CCNL Multiservizi Logistica (Contratto Colletivo Nazionale di Lavoro per i Lavoratori Dipendenti e Soci Lavoratori delle Imprese Cooperative di Multiservizi Pulizia e Logistica);
  • CCNL Edilizia (Contratto Colletivo Nazionale di Lavoro per i Dipendenti delle PMI, delle Cooperative del Settore Edile e Affini).

La contrattazione voluta dal Presidente Nazionale dott. Claudio Milardi, è stata intrapresa dal delegato al lavoro dott. Alessandro Colliva e dal Presidente Regionale Emilia Romagna Isabella Pini Ferrari.

Isabella Pini Ferrari: Il saluto a Roberto Armenia, estimatore di cultura e lume di conoscenza

armenia-articolo-gazzettaIl 14/06/2018 sarebbe stato il compleanno di Roberto Armenia, il più importante socio della PROGE-SERV Società Cooperativa, accreditato per la sua grandissima cultura in tutto il vasto mondo artistico, culturale, religioso, finanziario e politico.

Una vita dedicata alla cultura, all’amore per la conoscenza e per il sapere, un vero sognatore, amante dei libri. Sono stati oltre 6 mila gli “Incontri con autore”, tenuti in diverse città italiane; presentazioni ricche di emozioni, perché Roberto i libri li viveva dalla prima all’ultima pagina. La passione traboccava dalle sue parole, il suo forte attaccamento alla cultura si concretizzava nell’amore smodato per la lettura e per l’arte.

Ideatore ed organizzatore, nel 1962, del “Festival del Libro economico”, Capo Ufficio stampa presso la casa editrice Adelphi, ricopre diversi ruoli anche in Mondadori. Direttore Generale di Italturisti, Direttore Tecnico e Contitolare della “Saoviaggi” e della galleria d’arte “Terzocchio”, collaboratore con l’ufficio stampa regionale “Cooperative Italiane”.
A lui si deve il “Premio giornalistico-letterario Città di Modena”, che ha visto personaggi illustri come Gorbaciov, Bobbo Luzi, Garin, Spadolini.

Inesauribile l’entusiasmo che egli metteva in ogni lavoro, intensa la sua sete di conoscenza ed inesauribile la sua cultura.
Purtroppo il dott. Roberto è scomparso lo scorso febbraio con il rimpianto di tutti quanti hanno avuto l’onore di conoscerLo e di lavorare al suo fianco.
L’Associazione Cooperative Italiane desidera ricordare questo grande uomo le cui doti sono state pubblicamente riconosciute dedicandogli la sala riunioni della loro nuova sede territoriale in Emilia Romagna.

“Ci manca la tua collaborazione, il tuo buon senso, la tua umanità, la tua immensa cultura e il tuo conversare.”

Isabella Pini Ferrari – Bologna, 15 giugno 2018

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La risposta del prof. Paolo Savona

Ho subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese, sulla base di un paradossale processo alle intenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e che ho ripetuto nel mio Comunicato, criticato dalla maggior parte dei media senza neanche illustrarne i contenuti.

Insieme alla solidarietà espressa da chi mi conosce e non distorce il mio pensiero, una particolare consolazione mi è venuta da Jean Paul Fitoussi, sul Mattino di Napoli e da Wolfgang Münchau sul Financial Times. Il primo, con cui ho da decenni civili discussioni sul tema, afferma correttamente che non avrei mai messo in discussione l’euro, ma avrei chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri; aggiungo che ciò si sarebbe dovuto svolgere secondo la strategia di negoziazione suggerita dalla teoria dei giochi, che raccomanda di non rivelare i limiti dell’azione, perché altrimenti si è già sconfitti: un concetto da me ripetutamente espresso pubblicamente. Nell’epoca dei like o don’t like, anche la Presidenza della Repubblica segue questa moda.

Più incisivo e vicino al mio pensiero è il commento di Münchau. Nel suo commento, egli analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita, per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro “una parte essenziale della politica estera”. Purtroppo, egli aggiunge, il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali. Queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo foriero di stabilità politica, sociale ed economica.

È il tema che con Paolo Panerai ho toccato nel pamphlet recentemente pubblicato su Carli e il Trattato di Maastricht, dove emerge la lucida grandezza di Paolo Baffi. L’Italia registra fenomeni di povertà, minore reddito e maggiore disuguaglianze. Il 28 e 29 giugno si terrà un incontro importante tra Capi di Stato a Bruxelles: chi rappresenterà le istanze del popolo italiano? Non potrà andarci Mattarella, né può farlo Cottarelli. Se non avesse avuto veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macron, così incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi-membri europei verso decisioni che aiutino l’Italia ad uscire dalla china verso cui è stata spinta. Münchau giustamente afferma che “teme non vi sia un sostegno politico nel Nord Europa” e quindi non ci resta che patire gli effetti del protezionismo e dell’instabilità sociale.

Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’UE o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi.

 

Isabella Pini Ferrari e Patrizia Pini Sghedoni: La vita di Mafalda Degani, staffetta partigiana della Repubblica di Montefiorino

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In memoria di MAFALDA DEGANI in PINI

Nata a Formigine il 16/10/1924 – deceduta a Magreta il 19/05/2018.
A cura delle figlie: Isabella Pini Ferrari e Patrizia Pini Sghedoni.

Nostra madre Mafalda ha avuto una vita molto intensa, nostro padre Lauro e prima di lui i suoi fratelli Aldo e Guido insieme ai loro coetanei le hanno instillato il senso del dovere verso la Patria, dell’orgoglio, della lealtà e della democrazia, non per nulla nostro padre è titolare del “Certificato di Patriota” rilasciato dal Comando Supremo delle Forze Alleate nel Mediterraneo e suo fratello Aldo è stato eletto Consigliere nel primo Consiglio repubblicano del Comune di Formigine, mentre sua madre Evelina si fece, in periodo di guerra, una settimana di carcere perché, gestendo il negozio del paese, modificò al rialzo le richieste pro capite di zucchero da presentare all’Annona, per poter aiutare i più bisognosi.

madre-isabella-pini-ferrariMafalda è stata Staffetta dei Partigiani “bianchi” cattolici della Repubblica di Montefiorino e nel 1947 per merito del suo operato fu segnalata per essere assunta all’Agenzia AGIP di Modena e Reggio sotto la guida del dr Sergio De Angelis, anch’esso Partigiano “bianco” a Milano, uomo di grande levatura morale e civile, chiamato a collaborare per rimettere in sesto l’AGIP dopo il disastro bellico.

Con modestia e riservatezza ha dedicato la sua gioventù alla lotta democratica ed il resto della sua esistenza alla famiglia e al lavoro. Per noi figlie è stata una MAMMA maiuscola severa, dolce e premurosa, il nostro cuore è pieno di Lei che oggi sappiamo felice vicino al suo amatissimo marito Lauro.

Isabella e Patrizia Pini

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Pillole

Intraprendere un lavoro innovativo coincide con la speranza, che è una passione umana che si basa sul “ce la faccio” e sul desiderio di un bene assente, di un BONUM FUTURUM ARDUM POSSIBILE come afferma San Tommaso, pertanto, basato sull’esperienza fiduciosa oltre che sul rischio derivante dall’incertezza del risultato.
Attraverso l’esperienza pregressa e il rischio del nuovo, COOPERATIVE ITALIANE vuole accompagnare le cooperative verso nuovi obiettivi – possibili – eticamente buoni, anche se difficili.

COOPERATIVE ITALIANE vuole essere un costruttore di speranza.

Pillole

“Alcune persone vedono l’impresa privata come una tigre feroce da abbattere, altri come una mucca da mungere, pochissimi la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che traina un carro molto pesante”.
Winston Churchill

Cooperative Italiane - Associazione di categoria che assiste e tutela imprese e lavoratori del mondo cooperativo. - Credits